25 Aprile: la libertà è un ingranaggio collettivo


“A Pescarocchiano i fascisti arrestano due montenegrini della popolazione, portandoli in un paese vicino; le donne organizzano una specie di spedizione punitiva. Si mettono tutte in marcia con bastoni, falci, roncole e giunte alla caserma dove erano i due prigionieri ne reclamano la liberazione. I militi di guardia rispondono presentando le mitragliatrici. Senza una parola, allora, le donne cominciano ad ammucchiare fascine intorno, intorno minacciando di dar fuoco. I militi vedendo che non c’era da scherzare e siccome finire stufati non era nelle loro “oneste” aspirazioni, si affrettano a liberare i patrioti che sono portati in trionfo a Pescarocchiano”


Ci piace iniziare così, con un racconto apparso sul quotidiano femminista “Noi Donne” nel luglio del 1944, a far partire gli ingranaggi della memoria di ciò che accadde in Italia nella tarda primavera di 75 anni fa. Lo stufato fascista di Pescarocchiano, nella sua ironica semplice brevità, svela forse meglio di qualsiasi indagine storica il complesso e fondamentale ruolo delle donne e dei loro corpi insorgenti nella Resistenza. 

Se pensiamo a come il corpo e quindi la soggettività politica possano segnare distintamente il nostro quotidiano, dobbiamo allora tenere a mente che essere una donna durante il periodo della Resistenza era un valore aggiunto. Perché? Perché considerate dal nazifascismo esseri inferiori, inadeguati. E questa subalternità ha permesso alle donne di uscire dalle loro case, in sella alle loro bici, con rivoltelle nei reggiseni e ricariche per i mitra nei collant. 

Le donne in lotta tra le montagne e quelle in armi nelle città, durante la guerra di Liberazione dal nazifascismo, furono circa 35 mila. A queste “poche feroci” combattenti partigiane, per usare un'espressione cara alla storica J.B. Elshtain*, si aggiungono coloro che aderirono ai Gruppi di Difesa delle Donne (prima organizzazione femminile di sostegno alla Resistenza) e tutte quelle donne che distribuirono medicinali e cibo, assistettero sfollati e malati, cucirono il fondo di molte delle borse che servivano a custodire le armi o a trasmettere informazioni e presero parte alle manifestazioni degli operai e alle richieste di scarcerazione dei prigionieri. 

Insomma non solo staffette, infermiere, madri accudenti o resistenti inermi come a lungo la storiografia ci ha raccontato, ma vere e proprie combattenti determinate e capaci ad agire violenza. I corpi delle donne sono quelli che hanno fatto la lotta, corpi violentati, stuprati e sfruttati - dalle fabbriche ai mariti; corpi che hanno portato il peso del dogma del lavoro riproduttivo, lavoro dal quale nessuna poteva sottrarsi. E nonostante la misurata mobilità, le donne creavano affiliazioni con i soldati sovversivi, con coloro che scappavano dall’esercito ordinario per combattere con quello della Resistenza. 

Le donne furono nella guerra quindi anche spietate, per prime con il loro corpo trasformandolo in corpo produttivo, resistente alle marce, alle privazioni, al peso del fucile e al pericolo dei colpi di mortaio. 

Combattere con un corpo di donna ha significato la messa a tacere di corpi maschili - già connotati alla nascita per questo destino - per aver afferrato un mitra oltre che una forchetta, un sasso oltre che una pentola. La messa a tacere dei corpi maschili avviene sotto l’ordine ripetitivo dell’essere donna, con la sfrontatezza e la paura di riconoscersi come tale ma soprattutto di non ricevere un riconoscimento nello spazio pubblico. Le donne ebbero così, in quei mesi di feroce guerra civile, un potere enorme, quello di incarnare una lotta per la libertà di tutto, tutti e tutte. 

Durante il fascismo i ruoli dei due generi (uomo-donna) all’interno dello spazio sociale erano stati rigidamente codificati: agli uomini spettavano le armi del lavoro produttivo della fabbrica, di conquista dell’Impero e di quella del nemico, mentre le donne erano costrette al lavoro di cura della famiglia e all’obbedienza al marito. La coscienza politica che le donne avevano conquistato attraverso le lotte operaie e quelle all’emancipazione della prima metà del secolo scorso, venne completamente negata dal regime di Mussolini. Ecco quindi che quando si arriva al 25 Luglio del 1943, data simbolo della caduta del fascismo, le donne sono già pronte ad occupare con i propri corpi lo spazio del conflitto sociale. Si presentano davanti alle fabbriche: sono le donne che gridano agli uomini “pace” e la fine di una guerra di cui avevano portato il peso materiale ed emotivo. Le donne sono infatti coloro che rimangono ad occupare le città e ad accudire, con una forma di maternità che dal privato si estende alla società, la popolazione. I corpi degli uomini invece sono spediti al fronte. 

La firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943 da parte del generale delle forze armate Badoglio con gli alleati della seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Unione Sovietica e Inghilterra) genera il caos: il re fugge a Brindisi in attesa dell’arrivo delle truppe americane che dal sud avrebbero risalito, grazie al sostegno delle truppe partigiane, tutta la penisola, mentre il paese viene occupato dalle truppe naziste. La sospensione dell’ordine costituito, stravolge anche i ruoli tradizionalmente assegnati ai generi: donne e uomini imbracciano insieme le armi. Per questo, non ci furono limiti ai soprusi subiti ma soprattutto alla considerazione prescritta dal nemico ai corpi delle donne: fragili, impotenti, deboli. 

E invece quei corpi sono stati portatori sani di ribellione, di forza, di potenza, di violenza, di esaltazione. Donne partigiane che hanno fatto saltare ponti con le proprie mani, che hanno sparato, hanno camminato, hanno corso, hanno gridato, hanno patito la fame e il freddo. Quei corpi considerati come contenitori di prole, diventano corpi necessari ma mai quanto quelli dei loro compagni. Eppure senza quei corpi, la rivoluzione non sarebbe stata possibile, perché quegli stessi corpi erano la rivoluzione.

Con l’esaurirsi dell’eccezionalità del conflitto e il conseguente configurarsi di una normalità democratica, la partecipazione delle donne alla Resistenza rende necessario il loro riconoscimento politico attraverso il diritto al voto, ottenuto nel 1946;

evento simbolo di un percorso di lotta che sarebbe continuato ad esistere nei decenni successivi attraverso il femminismo.

Ma i corpi delle donne partigiane, quei corpi necessari alla Resistenza, dove sono finiti? Non si legge di loro abbastanza nei libri di storia e se ne parla decisamente troppo poco nelle classi di liceo. Eppure, la resistenza continua; per la libertà conquistata 75 anni fa da quei corpi si continua a lottare oggi con corpi altri, di altre donne. Ed ecco spiegato perché un corpo di donna che esiste nella propria singolarità si muove meglio nella pluralità. Un corpo è soggettività politica ma nell’esercizio della libertà è chiaro da sempre che questo si concretizza solo nella collettività dei movimenti, dei pensieri e delle parole. Le donne, insieme e a fatica, riconquistano ogni giorno il loro posto nel mondo, perché la libertà è un esercizio di continua lotta collettiva.


* www.redstarpress.it/index.php/catalogo/unaltrastoria/product/view/3/57


[Giulia Sbaffi & Francesca Lopez]




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