“Non va bene essere eccessivamente femministe!”. “Sono femminista ma non sono lesbica!”. “Non sono femminista perché sono per la parità dei sessi!”. “Le femministe sono brutte”. “Le femministe non scop*no”. I discorsi d’odio rivolti nei confronti del femminismo fanno dedurre che le femministe vengano socialmente percepite come una minaccia. E, fortunatamente, lo sono: una minaccia per la sopravvivenza del patriarcato e dell’eteronormatività[1]… che utopia un mondo in cui quest_ ultim_ siano definitivamente estint_!
Affermazioni come quelle sopracitate sono piuttosto problematiche in quanto contengono una serie di luoghi comuni con i quali un orecchio femminista (e non) quotidianamente si scontra e che intendiamo con questo articolo smontare, facendo un po’ di chiarezza. La verità è che l’italian_ medi_ non sa effettivamente cosa il femminismo sia e lo mette generalmente e automaticamente in relazione con il ben più familiare maschilismo di cui – nonostante il medesimo suffisso -ismo e l’opposizione binaria femmina/maschio culturalmente radicata – non ne rappresenta la sua immagine speculare al femminile.
Ci teniamo a sottolineare come non parliamo mai di femminismo al singolare ma di femminismi al plurale, perché non esiste un unico femminismo: nessuna voce e nessuna esperienza sono uguali ad altre. Ce lo mostra, ad esempio, una breve ricostruzione delle cosiddette ondate del femminismo “occidentale”[2], termine che rende bene l’idea della dirompenza con la quale i femminismi hanno attraversato i secoli[3].
La prima ondata femminista, detta del suffragismo (prima metà del XIX secolo-inizio del XX secolo), rivendicava uguali diritti e una uguale cittadinanza fra uomini e donne, e criticava il fatto che le donne non avessero accesso al discorso pubblico a causa del modo in cui venivano cresciute ed educate. Nonostante il suffragismo giunse alla conquista del diritto di voto, non mise in discussione la cittadinanza e la assunse così com’era, ovvero fatta per gli uomini. Sarà il femminismo radicale della seconda ondata (anni ’60-inizi anni ’80) a cercare concetti nuovi, dopo un lungo periodo di oblio causato dal tragico avvento delle guerre mondiali. Lo farà rivendicando la propria specificità, una ricchezza che non era stata presa in considerazione nella rivendicazione dell’uguaglianza durante la prima ondata.
Mentre il suffragismo si era occupato della sfera pubblica, il femminismo della seconda ondata si occupò di quella privata e cominciò a interrogarsi sulla propria intimità e sulla propria esperienza in relazione a tematiche quali il rapporto fra uomini e donne o il corpo femminile, fra le altre. Fu in questo contesto che il femminismo si rese conto di come il linguaggio non fosse neutro[4] e cominciò a spostare il proprio sguardo verso la valorizzazione delle diversità.
Questa nuova attenzione del movimento femminista alle differenze porterà al femminismo della terza ondata (anni ’80-2010). Il femminismo radicale aveva corso il rischio di diventare una sorta di unico pensiero femminista egemone con la pretesa di parlare per tutt_, ma, un approccio femminista parla con l_ altr_ e non per l_ altr_. Così, con la terza ondata sono emerse nuove correnti femministe, tra le quali:
- il transfemminismo, fatto dalle e per le donne trans*, le quali rivendicano la propria liberazione come intimamente legata alla liberazione di tutte le donne e di tutte le soggettività che non sono maschi bianchi eterosessuali cisgenere;
- il femminismo intersezionale, che fa riferimento alla sovrapposizione (o intersezione) di almeno due categorie sociali soggette a discriminazioni che, proprio a causa della loro intersezione, aumentano l’oppressione dell’individuo in questione[5].
A partire dal 2010 si comincia a parlare di femminismo pop, una ‘’quarta ondata’’ femminista che si serve ampiamente dei new media come canale di diffusione dei propri contenuti. Focalizzandosi soprattutto sull’intersezionalità e la violenza di genere, il femminismo pop è caratterizzato anche – a differenza delle ondate precedenti – dall’inclusione maschile all’interno delle sue lotte. Perché dovremmo essere tutt_ femminist_[6] in quanto il femminismo riguarda tutte le persone e non solo le donne cisgender che, certamente, ne sono storicamente state le apripista ma che, ad oggi, ne rappresentano solo una fetta. Dovremmo essere tutt_ femminist_ perché è interesse di tutt_ eliminare il patriarcato in quanto sistema di oppressione che grava su tutte le persone, uomini cisgender compresi. Dovremmo essere tutt_ femminist_ perché è interesse di tutt_ costruire nuovi sistemi di pensiero, nuovi modi di vedere il mondo e nuovi mondi, in cui tutte le persone abbiano voce, siano rappresentate in modo adeguato, siano libere e non discriminate, ma le cui diversità convivano nutrendosi le une le altre.
Il quadro assolutamente sintetico che abbiamo tracciato in questo articolo vuole dare una breve e per niente esaustiva mappatura delle tantissime sfaccettature dei femminismi, delle vite e delle energie che hanno attraversato i secoli con le loro voci e con le loro lotte e che tutt’oggi lottano in tutta la loro favolosità, e che poco hanno a che fare con i luoghi comuni che ancora persistono ma che, noi di Italianismi ne siamo sicure, sono nell’ultima era della loro ondata.
Altrove è già primavera!
[Luisa La Gioia]
[1] Per eteronormatività si intende quella convinzione sociale secondo la quale esiste un unico orientamento sessuale – l’eterosessualità – che costituisce l’unica norma per la sessualità. Le conseguenze sono molteplici: dalla divisione delle persone in soli due generi distinti ai quali attribuisce distinti ruoli sociali e di genere alla pericolosa fobia nei confronti di tutte le soggettività che non aderiscono a questa norma.
[2] Virgolettiamo il termine in quanto le nozioni di “Occidente” e “Oriente” sono un costrutto culturale. Di fatto, non esistono dei Paesi occidentali o orientali di per sé.
[3] Sottolineiamo come la suddivisione in ondate distinte sia una convenzione: le fasi non si estinguono nel passaggio dall’una all’altra ma, come le onde del mare che portano con sé tutto quello che incontrano, ogni ondata del femminismo porta con sé le tracce della precedente.
[4] Rimandiamo, a tal proposito, al primo articolo della nostra rubrica: http://italianismi.it/home/italianism-sperimentazioni-per-un-linguaggio-di-genere/.
[5] Per approfondire, un bellissimo TED Talk della giurista e attivista Kimberlé Crenshaw, che ha introdotto l’utilizzo del termine: https://www.youtube.com/watch?v=akOe5-UsQ2o.
[6] Per questa frase ci siamo apertamente ispirate al saggio di Chimamanda Ngozi Adichie, Dovremmo essere tutti femministi (2014).
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