Odori agrumati, floreali si annidano nel mio appartamento. Entrano dalla finestra, invadono lo spazio, la cucina, il soggiorno e poi finiscono col consegnare un messaggio netto, preciso, silenzioso. L’arrivo della primavera è sempre stato un processo spontaneo, naturale, intessuto nell’ordine delle cose. La luce che si modifica e tende a restare, il buio di giorno che se ne va, gli abiti pesanti ormai superflui, gli animi leggeri pronti a riscoprire l’aria fresca, pura, frizzante.
Il colore chiaro, scuro, tenero del cielo. Nessuno mai, credo, sia stato sorpreso dall’arrivo della primavera in senso spirituale. L’arrivo della primavera ha a che fare con i sensi, col corpo. E’ come accorgersi dei peli con l’arrivo dell’adolescenza, delle pulsioni sessuali, come trovarsi a fare la madre con l’arrivo di un bambino. Siamo stati profondamente e istintivamente istruiti al cambio delle stagioni, prima che qualcosa non compromettesse le sorti della nostra continuità vitale con l’arrivo di un virus che, seppure lo avessimo immaginato, non sarebbe stato così infido e crudele. Così, mi sono accorta tardi che era già arrivata la primavera e ho realizzato, sempre tardi, che erano passati quasi due mesi dall’ultima passeggiata a cielo aperto. Siamo a Maggio!
Vivo a Genova, ma questa non è la mia città. Prima che l’inverno finisse, avevo cominciato a conoscerla, giocavo ore e ore a perdermi nei vicoli angusti, stretti, qualche volta oscuri, ma sempre pieni di vita. Mi perdevo e sebbene mettessi, il più possibile, in atto le mie capacità orientative, sbucavo sempre al mare. Devo ammettere che mai come allora amavo sbagliare strada, tutti i vicoli portano al mare. Dal porto osservavo, stupita, barche e uccelli, bambini e pescatori e mi chiedevo, tormentandomi, come il mondo non volesse vivere tutto a Genova.
Ho comprato un pezzo di focaccia calda e l’ho mangiata a bordo del mare. Ho immaginato che forse l’unica ragione per la quale questa città rimane un luogo poco visitato, è perché gli autoctoni ne sono intimamente gelosi e l’hanno protetta con cura ed amore. A Genova, quando passeggiavo, non smettevo di meravigliarmi- gli scorci, il mercato del pesce, i gruppi di universitari seduti accanto a un caffè- mi facevano sentire a casa, pur essendo appena arrivata. L’incanto però, si è esaurito troppo in fretta. Nessun malaugurio, no, lo so, eppure è arrivata la quarantena, l’esilio forzato e non si sa per quanto tempo ancora. È la primavera. Ebbene, le avvisaglie di una stagione nuova, e forse non diversa da quella precedente, mi hanno spinto a vivere la città in modo nuovo. Nel tragitto da casa al supermercato, da piazza della Meridiana a via Cairoli, noto con stupore i nuovi lineamenti di questa città e mi sembra che sia stata sempre bella per le persone che l’hanno fatta vivere nel corso del tempo. La solitudine di cui mi accorgo passo dopo passo, respiro dopo respiro, mi inchioda a un’ansia costante che non mi dà tregua; niente è mutato nell’aspetto dei palazzi, delle vie, delle piazze, la bellezza non è stata cancellata ma sento che la città potrebbe diventare un museo e che a parlare e a far parlare i luoghi è la vita degli esseri che vivono, i viventi, che animano, fanno, vivificano. Si potrebbe obiettare che alcune suggestioni meglio si colgono nel silenzio, in assenza di folla, ma resta davvero poco dei luoghi senza le persone che li vivono e li parlano. Forse il mio paese è l’unica madre che mi rimane per piangere, ed è forse quella che rimane a tutti. Italia, sei così amata per l’incredibile potenza che hai di accudirci, senza riserva. Genova, figlia tua, così bella, anche ora, nuova come non è mai stata, vuota, con i palazzi silenziosi da cui gocciolano anni di battaglie, forse si commuove. Resto qui, accucciata a te, mi resta l’amore che sento, nel sentirmi figlia, in una città che non è la mia ma è come se lo fosse. Forse ci abitueremo a non accorgerci della primavera, ad avere le persone nel cuore più che negli stessi metri quadri, forse impareremo a riconoscere l’amore dai tratti somatici di una terra che rimane, inevitabilmente, la nostra.
[Giulia Della Cioppa]
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