Le strutture ospedaliere in tempi di Covid-19


In un periodo in cui si stenta a vedere la luce, la prima analogia possibile è quella con il Medioevo, ‘’IL’’ periodo buio per eccellenza. Eppure, nonostante questa prepotente caratteristica, non tutti riescono a scorgere quante cose affascinanti siano scaturite da quel momento storico che ci ha fortemente segnati.

Bombardati da falsi allarmismi e da una tragedia annunciata, la pandemia sicuramente non passerà senza aver cambiato in maniera drastica la nostra vita e tutti i satelliti che le gravitano attorno.

Il Covid19 è un virus nuovo e, senza soffermarsi in dietrologie retoriche è un vero e proprio ordigno ad orologeria che è esploso da un momento all’altro colpendo in maniera indifferenziata e così diversa da persona a persona così da renderne estremamente difficile il blocco della sua diffusione.

Ed ecco come agli occhi dei più attenti venga molto semplice la seconda delle analogie - come ci ha tramandato dal poeta Esiodo - quella con il vaso di Pandora che, una volta scoperchiato, riversò nel mondo tutti i mali; e così la corsa al riparo, alla chiusura del possibile, fino all’estrema richiesta di limitare l’accesso alle aziende ospedaliere principalmente ai pazienti colpiti dal virus.

Scorgendo tra le analogie, un unico termine comune, quello dell’inaspettato, nasce spontaneo chiedersi se le nuove frontiere architettoniche in tema di edilizia ospedaliera, in questi anni, reduci da esperienze passate, abbiano intrapreso la strada più giusta per fronteggiare una situazione così tanto grave.

Per questo motivo un rapido excursus sullo sviluppo delle strutture ospedaliere, sembra essere, a questo punto, doveroso.

Le origini dell’ospedale moderno risalgono agli inizi del XX secolo, a seguito degli sviluppi nel campo dell’anestesia, del controllo delle infezioni e delle scienze e tecnologie mediche ma è chiaro che le radici affondano in un tempo molto più lontano. L’ospedale si è adeguato, nel corso dei secoli, ai mutamenti della società, nato dal concetto medievale di “hospes”, ovvero colui che accoglie temporaneamente gli altri nella propria dimora. É solo a partire dal Rinascimento, infatti, che sorge come nuovo e specifico concetto strutturale, fino alle posteriori trasformazioni ottocentesche.

Dal punto di vista architettonico, si passa dallo schema planimetrico “a crociera” (1400), all’ospedale “a padiglioni” (1700/1800) per poi arrivare al sistema “monoblocco” del XX secolo ovvero un ospedale sviluppato essenzialmente in verticale (parallelo alla nascita del grattacielo nelle città americane). Da esso è successivamente derivato il sistema “poliblocco”, modello che comprende un numero ristretto di edifici raggruppati e collegati, mediamente alti 5-7 piani, in cui vengono collegati servizi, cure e degenze.

Ed è da quest’ultimo che sembra più giusto partire per una riflessione sulla situazione che stiamo vivendo. Siamo coscienti del fatto che il numero di ammalati superi di gran lunga qualsiasi previsione, anche la più pessimistica, e che l’Italia stia riuscendo ad affrontare anche questa sfida. Sono, in ogni caso, da considerare le enormi difficoltà incontrate anche rispetto alla risposta della stessa Lombardia (regione più colpita) e in seguito del Sud-Italia (in ginocchio rispetto ad un ipotetico focolaio). Sorge tuttavia spontanea una domanda: siamo certi che le nuove strutture preposte siano adeguate ed efficaci?

Siamo certi di aver bisogno dei grandi open space prefabbricati rispetto a strutture consolidate nel tempo?

Tutto l’investimento di denaro pubblico, in un periodo così delicato, era la cosa migliore da fare oppure con lo stesso investimento (o anche meno) avremmo potuto puntare alla bonifica di strutture già esistenti, dismesse o mai concluse?

Ecco come queste domande attanagliano la mente dei più, in particolare di chi lavora in questo settore, in questi giorni di grande emergenza durante i quali tutti noi abbiamo ascoltato le risposte di persone più o meno qualificate.

A conti fatti, non ci sono risposte concrete, quelle che solo il tempo potrà darci. Risposte che in realtà restano enormi dubbi irrisolti.

Ma “I nostri dubbi ci tradiscono, e impedendoci di affrontare la battaglia ci precludono sovente i dolci frutti della vittoria” (William Shakespeare) ed è per questo motivo che credo fortemente che, se quello che stiamo vivendo passerà alla storia come un secondo Medioevo, sono altrettanto certo che questo periodo buio ancora una volta ci porterà a qualcosa di straordinario.


​​​​​​​[Giuseppe Aldi]



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