Quando arrivai a Bologna, nel 2006, avevo diciott’anni e ignoravo completamente la città. Avevo svogliatamente scelto una facoltà fra tante, in una città universitarie fra tante.
Quando arrivai a Bologna, nel 2006, avevo diciott’anni e ignoravo completamente la città.
Avevo svogliatamente scelto una facoltà fra tante, in una città universitarie fra tante.
Sapevo che in passato c’era stato un attentato alla stazione, ma non sapevo quando, né da parte di chi. Sapevo che c’era stata la contestazione, ma non sapevo a cosa.
Sapevo che l’avevano cantata Guccini, Dalla e Carboni, ma non sapevo cosa affascinasse così tanto, così tanti.
Ma soprattutto, non sapevo niente di quel mondo underground, alternativo, libero e ribelle che c’era stato, in quelle strade prima che io e molti altri, arrivassimo.
Erano gli anni del Sindaco Cofferati. La città veniva da 5 anni di gestione Guazzaloca, primo ed unico Sindaco di centro-destra nella storia cittadina. La vittoria di Cofferati fu vista come una riconquista della città, ma il neo-sindaco si dimostrò ben presto decisamente troppo a sinistra per la giunta uscente, che lo chiamava “Il Cinese”, e indiscutibilmente troppo a destra per gli studenti, i centri sociali e i raver, che lo chiamavano “Lo Sceriffo”.
La street parade, che celebrava da 10 anni l’antiproibizionismo in giro per la città, in una sorta di carnevale techno, nel 2007 era stata relegata in Via del Pratello. Una strada stretta e dritta che costeggia le mura di cinta del carcere minorile. Andai e scoppiarono scontri che durarono tutta la sera quando il corteo provò a raggiungere il centro. Fu in quella circostanza che sentii parlare per la prima volta, con toni fortemente nostalgici, della Bologna che non c’era più.
Una Bologna che non profumava di mortadella appena affettata, ma che puzzava di lacrimogeni, benza, e piscio. La gente che incontravo (fuorisede, fuoricorso, fuori un po’ da tutto) rimpiangeva una Bologna che, non solo non avevo mai conosciuto, ma di cui non avevo mai nemmeno sentito parlare. Una Bologna dimenticata dai molti, e forse anche da se stessa, che ci misi anni a rispolverare e conoscere.
La Bologna del rock demenziale degli Skiantos, del punk dei Gaz Nevada, dell’iconografia fascista dei Disciplinatha, e di quella sovietica dei CCCP Fedeli Alla Linea. La Bologna laida dei Nabat e dell’Osteria dell’Orsa, che (prima che diventasse il ristorante economico dove andavamo a mangiare le cotolette con la panna) era una stato il porto sicuro per i punk e gli skinhead della città. La Bologna hip-hop dei Sangue Misto di Neffa, che con un solo disco avevano rivoluzionato per sempre la scena rap italiana; di Inoki, di Joe Cassano e delle battle di freestyle al Link. La Bologna dei centri sociali occupati e puntualmente sgomberati: dell’Isola Nel Kantiere, del Crash! e del TraumFabrik. La Bologna dei fumetti di Paz, di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, e dei film che la descrivono così com’è: “La guerra degli Antò” e “Lavorare lentamente”. La Bologna libertina del Decadence dove “tutto è permesso, se avviene tra persone consenzienti”, e la Bologna del GenderBender, che parlava apertamente di genere già vent’anni fa. La Bologna del ’77, e di quegli strani buchi sui muri di Via Mascarella, che solo nel 2015 vennero spiegati ai passanti con una targa: erano i segni dei colpi esplosi dai Carabinieri a Francesco Lorusso, studente di Medicina e militante di Lotta Continua, la cui morte diede vita a giorni di guerriglia urbana, con tanto di carrarmati in Via Zamboni, mandati dall’allora Ministro dell’interno Cossiga.
Vivevo in una città che, nel suo piccolo, era stata più anarchica di Christiania, più punk di Londra, più bohemienne di Parigi, più inclusiva di San Francisco e non lo sapevo. Nessuno mi aveva avvertito. Sicuramente Bologna non era più la stessa e, altrettanto sicuramente, non gli mancava esserlo.
Essere il laboratorio a cielo aperto della cultura underground italiana, inevitabilmente, aveva avuto i suoi effetti collaterali: muri marchiati da A cerchiate, tossici che vendevano bici rubate e fumo puzzolente, punkabbestia che tenevano al guinzaglio cani pulciosi. In due parole, “microcriminalità e degrado”. Così si decise tacitamente di trasformare la zona universitaria in una cloaca di bar fetidi che facevano cicchetti a 1€, locali orribili per feste erasmus e kebab dai nomi arabeggianti. Divertimento pre-confezionato, sterile ed innocuo.
Ora, Bologna sembra cambiata ulteriormente. La gentrificazione ha cambiato radicalmente la zona di Via delle Clavature e Via delle Pescherie Vecchie, quartiere a ridosso di Piazza Maggiore, che in pochi anni è passato da essere quartiere di botteghe ad epicentro del pettinato aperitivo cittadino. Un mutamento troppo repentino per essere spontaneo: nel 2014, infatti, il Comune, volendo cavalcare l’onda lunga di EXPO, lanciò “City of Food”, un ambizioso progetto di promozione turistica enogastronomica per il capoluogo emiliano. Nulla di male, se non fosse che Bologna, per natura, potrebbe ambire a traguardi culturali maggiori, che non a diventare la “Disneyland del cibo”, come profetizzato dal patron di Eataly qualche anno fa. Relegare la città con l’università più antica del mondo, fondata nel 1088, e con una delle densità di studenti sulla popolazione urbana più alte in Europa (20,5 studenti iscritti ogni 100 abitanti) a capitale del cibo, significa svilirla, relegandola ad un cliché banale e riduttivo. Perché la realtà cittadina bolognese è più complessa, il suo passato più controverso, ed il suo fervore culturale è stato molto maggiore di quello (seppur notevole) collegato alla mortadella, al ragù e ai tortellini.
Bologna, per molti, è una città di passaggio. La maggior parte di quelli che, come me ci ha studiato, poi è andata altrove, a vivere, o a studiare ancora, o a lavorare. Chi rimane vive l’Emilia-Romagna come fosse una grande metropoli, e le province ne fossero i quartieri. Chi resta a viverci non entra mai in zona universitaria, e questo innesca una mancanza di continuità tra le generazioni di studenti che fa sì che nessuno parli mai della Bologna che è stata. Dei suoi pregi e dei suoi difetti. Delle sue ambizioni da metropoli mitteleuropea, delle sue debolezze da città universitaria, ma soprattutto, delle sue velleità da fucina di una cultura così underground, ma così underground, che quasi se ne sono dimenticati.
[Marco Terribili]
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