Artigiani Digitali: reiventarsi ai tempi del COVID19


Se tutti i giovani residenti in Lombardia, allo scattare della chiusura dei confini regionali, hanno pensato principalmente a come organizzarsi per tornare a casa dalle proprie famiglie, c’è chi invece è rimasto esattamente dov’era a riflettere su cosa avrebbe potuto fare per dare il proprio contributo ad un paese il cui terreno ha cominciato a scricchiolare.

Non c’è alcuna scusa, né alcun sentire troppo lontano dal senso di comunità che questi due giovanissimi hanno avvertito in maniera viscerale, lo stesso sentire che li ha spinti verso la realizzazione di un progetto importante e necessario.

Giovanni Gazzillo e Stefano Clemente Macario, amici prima, colleghi poi per svariati progetti, decidono di avventurarsi in questa esperienza senza alcuna pretesa ma con tutto l’entusiasmo che sentivano.

Giovanni, raccontami da dov’è partita l’idea e com’è cominciata questa avventura.

Prima del lockdown Stefano si trovava fortunatamente già a casa, a Cava dei Tirreni, paese di provenienza di entrambi. Era tornato una volta terminati gli esami della sessione invernale e non è potuto più tornare a Milano. Io invece mi trovavo a Berlino, ho quindi dovuto scegliere se tornare a casa dalla mia famiglia o a Milano. Ho scelto Milano perché non mi sono sentito di abbandonare questa città che mi ha dato tante possibilità dal punto di vista lavorativo, dal lavoro nella ristorazione e nell’organizzazione di eventi al Visual Design (mio obiettivo principale), lavoro che in realtà già faccio insegnando Tecniche di Modellazione digitale all’Accademia di belle Arti “ACME” di Milano. Rimanendo in contatto con Stefano, decidiamo di realizzare qualcosa che potesse essere utile in questo momento storico. Così, prendo in prestito la stampante 3D che gli avevamo regalato per la sua laurea. Scopriamo che dei ragazzi calabresi stampavano mascherine 3D e subito pensiamo di poter iniziare a lavorare in questa direzione ma su un altro progetto, quello della stampa di valvole che compongono la parte di attacco dei respiratori di emergenza.

Dopo varie ricerche autonome e attraverso contatti nel settore scopriamo che c’era la possibilità da parte dei makers, che sono coloro che in autonomia stampano gli oggetti più disparati, che era possibile scaricare dei file da internet creati e brevettati dal

Prof. Fusaro durante la prima settimana di emergenza. Questo professore ha inizialmente progettato valvole e in seguito ha messo on line il file da cui siamo partiti per la stampa 3D.

Questo progetto riguarda tutta l’Italia?

Allora, il nostro progetto personale, essendo noi makers, riguarda tutta l’Italia; ragazzi che si occupano di questo sono su tutto il territorio nazionale ma per motivi di tempo e anche di disponibilità di materiali, ci siamo concentrati sulla Lombardia, regione tra l’altro più colpita dal Covid19.

Come funziona la stampa 3D?

La stampa 3D funziona su livelli: vuol dire che ogni pezzo presenta più livelli per formare il pezzo finale. È chiaro che bisogna fare varie prove per trovare il materiale perfetto per stampare. La stampa avviene attraverso delle bobine che sembrano quelle del cinema. Il materiale viene modellato attraverso le bobine e i livelli, che vengono settati in base al prodotto da realizzare. Il calore scioglie il materiale e lo modella a seconda del settaggio. Il materiale consigliato che è poi quello utilizzato da noi è il PLA (acido polilattico-POLILATTATO).​​​​​​​

Perché questo materiale?

È consigliato perché le valvole prodotte con questo materiale possono essere igienizzate; il PLA non si corrode a contatto con agenti chimici. È infatti resistente ed elastico.

Tutto molto chiaro. Ma una volta prodotte le valvole, come avete fatto ad arrivare agli ospedali?

Una volta stampate le abbiamo portate al FabLab di Milano, un centro di stampa 3D che distribuisce il lavoro dei makers. Sono proprio loro che si occupano di consegnarle agli ospedali. Per portarle al FabLab ho dovuto firmare quattro autocertificazioni!

Come vi siete regolati voi makers rispetto alla produzione industriale? Avete collaborato oppure avete lasciato il lavoro a loro?

Essendo i makers limitati nella produzione da un punto di vista quantitativo, non hanno la possibilità di produrre in maniera ‘’industriale’’ e quindi ci siamo resi conto che le industrie avrebbero avuto più possibilità di noi cosa che poi si è rivelata realtà.

Ed è per questo motivo che abbiamo iniziato parallelamente a produrre mascherine.

Ah quindi non producete solo valvole per respiratori?

Esatto. Si può dire che abbiamo fatto un patto tra noi e le industrie ovvero stiamo sperimentando anche la produzione di mascherine. Le stesse mascherine sono state prodotte da un file reperito da internet che è stato rivisto da me. È chiaro che deve essere ancora lavorato e rielaborato poiché riscontra vari errori di produzione.

Qual è la differenza tra le mascherine ‘’classiche’’ e quelle prodotte con la stampa 3D?

La differenza tra mascherine in stampa 3D e le classiche prodotte con materiale TNT è che queste ultime sono tutte usa e getta, mentre quelle 3D sono riutilizzabili. Quello che è da cambiare è il filtro che resta appunto usa e getta; il filtro infatti è in TNT oppure si utilizza il materiale in fibra di carbonio. Il problema è che il virus si trasmette non per via aerea ma per liquidi (dicono) e quindi con una mascherina del genere si ottiene una protezione più adeguata e inoltre il filtro va bene con qualsiasi tipo di tessuto. Ma si può dire che la differenza sostanziale sta nell’utilizzo della

FOTOGRAMMETRIA che è un processo composto da molteplici scatti al volto e tramite dei software ti riporta il volto in 3D. È interessante perché così riusciremmo ad ottenere mascherine personalizzate, evidenziando le differenze tra adulti e bambini-uomo e donna e adattarle al meglio ai volti.

Io inoltre mi sono reso disponibile per creare componenti di FACE SHIELD (visiere in PLA). Io mi sto occupando di stampare la corona che tiene la visiera. Questa produzione è esclusivamente per i medici poiché stanno lavorando in condizioni disumane.

Quindi la produzione di queste mascherine/visiere è solo per i medici?

Le mascherine sono anche per le persone che non lavorano nel sistema sanitario mentre le visiere sono ad uso esclusivo per i medici.

Ma da ciò state ricavando qualcosa? Un guadagno per esempio?

Nessun guadagno, anzi, per ora gli investimenti sono solo personali e quindi l’intenzione è quella di aprire un conto per le donazioni, un crowdfunding, perché chiaramente non abbiamo alcuna intensione di lucrare.

Cosa ti muove a fare quello che fai?

Prima di tutto il rendermi utile alla causa poiché mi gratifica rispetto a quello che faccio, (calcola che ci vogliono 5 ore per stampare una valvola). Inoltre io mi sono ritrovato senza una parte del mio lavoro (quella degli eventi) perché fortunatamente con l’accademia ci siamo attivati con la didattica online.

Ma ti dirò, sinceramente stiamo pensando di ingrandirci e di farlo diventare un lavoro, partendo da qui per un’idea per reinventarci.

Ma dove stampi questi oggetti? Hai un laboratorio?

Il mio laboratorio è la mia stanza, come ogni studente e lavoratore precario fuori sede vivo con altre persone. Stampo le valvole e le mascherine sul mobile dove tengo le mutande.

Io sto parlando solo con te ma allora Stefano? Qual è il vostro rapporto di lavoro?

Stefano è fondamentale. A parte essere un mio caro amico e collega, una persona che stimo molto e a parte la stampante di cui mi sono appropriato (ironico) ti dico subito che senza di lui non avrei potuto realizzare nulla. Io faccio il design e lui fa la parte elettronica. Lui è fondamentale perché mi ha insegnato a stampare. Mi ha insegnato il settaggio della stampa. Quando ho avuto un problema col primo livello di stampa, lui è subito intervenuto, supportandomi sulla logistica e io ho contribuito con con l’inventiva, modellando e posizionando i modelli sulla piattaforma termodinamica tramite un software. É la mia prima volta con la stampa 3D!

Pensi che la stampa 3D fatta dai makers possa interessare le aziende?

Non so quanto questa cosa della stampa 3D possa far gola alle aziende perché in realtà sono già strutturate ma sicuramente penso che si dovrebbe dare più possibilità ai ragazzi di fare queste cose. Sono convinto che se è vero che nelle università fosse stato introdotto prima lo studio della stampa 3D, gli studenti si sarebbero appassionati prima a questa materia e ci sarebbe stata una risposta più grande dei makers. Infatti alla call di MAKE IN ITALY, piattaforma attraverso la quale si poteva rispondere alla domanda di produzione materiali 3D hanno risposto varie persone ma pensa che per la seconda call la mail è stata inoltrata solo a 30 persone, un numero bassissimo!

Grazie Giovanni, in bocca al lupo per tutto ad entrambi!

Grazie a te!


Abbiamo intervistato solo Giovanni Gazzillo ma speriamo in futuro di averli entrambi per ricevere notizie nuove ed innovative!


Giovanni Gazzillo

nato a Napoli, classe 92, ha conseguito gli studi in Interior&Industrial Design a Napoli, concludendoli a Milano al Politecnico con un master in Design Solutions.

Dopo la fine degli studi ha fatto i lavori più disparati, tra ristorazione e gli eventi. Nel 2017 entra in uno studio di progettazione architettonica in Corsica dove rimane per un anno. Dal 2018 insegna Tecniche di Modellazione digitale all’Accademia di belle Arti “ACME” di Milano. Attualmente si trovo a Milano.

(giovanni.gazzillo@me.com)


Stefano Clemente Macario

nato a Scafati, classe 93, vissuto a Cava de’ Tirreni, laureato in ingegneria elettronica all’università degli studi di Napoli Federico II.

Ha familiarizzato con le stampanti 3D durante la stesura tesi di laurea sperimentale, dopo è diventato un hobby. Specializzando in Micro-elettronica al Politecnico di Milano. Attualmente si trova a Cava dei Tirreni.


[Francesca Lopez]



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