Cardito (NA) 1993 circa...


Uno dei ricordi più belli che ho di quando ero bambino e andavo ‘’dietro dalla nonna’’ -ancora oggi non so perché dicessero così mamma e le sue sorelle.

Era senza ombra di dubbio inevitabile la tappa da ‘’Vincienz ra’ frutt’’. Era l’affittuario di mio zio Luciano, proprietario della adiacente polleria più in voga in quegli anni. Quando arrivavamo dal signor Vincenzo ad accoglierci erano queste enormi imposte di legno grigio sempre semi-aperte e, un gradino così alto che se non facevi bene i calcoli quando alzavi la gamba, rischiavi di rovinare i ragnetti in estate e le polacchine in inverno. Nel fare in fretta questo calcolo la prima cosa che si notava era il pavimento, classico di quegli anni, grigio screziato di nero, e si intravedeva qua e là una consumata cornice color mattone che delineava il perimetro della stanza. Alzando lo sguardo la prima cosa che si vedeva era lui, lì ad accoglierti, impettito e un po’ imbronciato con questo velo bianco di barba e un’aria alquanto minacciosa; chissà perché prima gli anziani sembravano tutti un po’ cattivi o erano semplicemente i miei occhi. Era abitudine trovarlo  adagiato al muro dove giaceva questa enorme bilancia in ottone, oppure seduto, in inverno, davanti alla ‘’vrasera’’ (tipica fonte di calore dell’Italia post bellica) sempre ricca di bucce d’arancia abbrustolite che emanavano un odore che ancora oggi ricordo. Adiacente alla porta d’ingresso c’era un’altra porta che dava sulla corte del palazzo, dove si intravedeva la pasticceria del bar del paese di mio zio Benito: lì era consuetudine trovarci seduta,  su quelle tipiche sedie rivestite di paglia sfrangiate dal tempo, con le sue calze color carne e le gonne a portafoglio marrone rigorosamente sotto le ginocchia, la moglie del signor Vincenzo. Lei aveva sempre questo grembiule in vita con delle misteriose tasche rigonfie e rumorose, chissà probabilmente piene di monete e rassicuranti mille lire.  Non si alzava spesso, ti sorrideva all’ingresso e di nuovo all’uscita, sembrava una sagoma messa lì apposta per quel gesto di gratitudine. C’era una sola luce, una lampadina che scendeva da un soffitto altissimo creando un gioco di ombre alquanto inquietante, la luce rifletteva su una finta erbetta color verde fatta di plastica che faceva da decorazione alla frutta. Spesso l’associavo al periodo di festività, perché era abitudine trovarla di vari colori nei cesti dei doni di Natale .

Si faceva presto dal signor Vincenzo. Mamma, sempre inquadrata, sapeva perfettamente cosa le serviva ma mi divertiva il fatto che usasse spesso, o meglio sempre, come unità di peso il numero due: ‘’dammi due arance, due mele’’ e così via.

Ma non erano mai due mele o due arance, ma molte di più, poi l’anziano le pesava e chiedeva: ‘’vann buon accusì?’’ (vanno bene così?). Mamma rispondeva sempre di sì e io mi chiedevo: sarà il vecchio che non sa contare o mamma che ha vergogna di dirgli che ne voleva realmente due…?

Di lì a poco capii negli anni che era un espressione tipica napoletana, il due stava per ogni unità di misura, era generico, ma per le nonne non era mai abbastanza, specie se si trattava di cibo .

Da Vincenzo non si andava perché era un bel negozio, ma ci si andava perché era il fruttivendolo di fiducia, perché la frutta era buona e per un forte senso civico verso la comunità.

Forse il mio resterà solo un umile racconto di un ricordo di un bambino troppo attento e introverso ma Vincenzo non era il quadro della povertà ma della resistenza.

E mai come oggi quel quadro potrebbe farci veramente capire tanto.



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