CARO DIARIO #7


Caro diario,

Passiamo una vita a cercare di imparare le "cose" da non fare, a smussare gli angoli del nostro carattere, nella speranza di migliorare.

 

In questa scuola quotidiana chiamata vita col tempo ci rendiamo conto d'essere degli studenti pessimi.

Dagli errori difficilmente impariamo, al massimo col tempo siamo in grado di riconoscerli.

Il nostro spirito è l'unico ad avere forme infinite e lunghissime, mutevoli, camaleontiche, intelligibili. Un mutuo consenso di pensieri con quel "me" sconosciuto a cui affido ogni intimità più profonda; l'unico a cui non so mentire.

 

Gli oggetti sopravvivono al nostro passaggio, li lasciamo in eredità, piccoli o grandi che siano. Belli, pieni d'amore e di ricordi, preziosi o incredibilmente inutili.

Ma se solo potessi non è di oggetti che mi riempirei; se solo potessi è di spirito che vorrei eredità.

 

Ti lascerei quei respiri profondi, conquistati a fatica, prima di agire e rispondere.

Ti lascerei la voglia di progettare e di andare sempre avanti, quella forza interiore che più che una conquista è un fatto naturale: "altrimenti non potrei".

Ti lascerei la capacità di ricordare gli ambienti anche ad occhi chiusi, così che tu possa viaggiare e tornare anche nei momenti più oscuri.

 

Ma quando mi fermo a pensare mi contraddico, perché forse la chiave di lettura è tutta qui. Questo senso di onnipotenza, questo continuo vagare nello spazio in dismisura con l'infinito è quello che ci rende vivi, che ci fa sentire immensamente forti ed invincibili anche solo per un attimo.

La sacralità dell'errore. Probabilmente è il senso del viaggio.



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