Come sarà il post lock-down per l’economia?


In attesa che la Fase 2 abbia inizio, al netto delle polemiche e confusioni sulle nuove norme, la domanda che in questi giorni possiamo porci è: come sarà il post lock-down per l’economia?


Si è così acceso un dibattito se la ripresa sarà a V o U, anche se tutti noi vorremmo che fosse a J.

Una ripresa a forma di V infatti è caratterizzata da un forte e drammatico declino dell'economia, seguita da una ripresa altrettanto rapida. Naturalmente sarebbe lo scenario migliore e per questo, allo stato attuale, difficilmente realizzabile. Una ripresa a forma di U, invece, significa che dovranno passare un pò di anni prima di ritornare ad una situazione economica pre-covid, come è successo per la recessione del 2008. In tale situazione, possiamo aspettarci che le difficoltà economiche persistano fino al 2021 e sembrerebbe la situazione più realistica almeno secondo la maggioranza degli economisti in base ad un recente sondaggio di Reuters. Al di là della ripresa a V o U, in realtà, dovremmo sperare di non ritrovarci in una situazione a forma di L, in cui l’economia affonda e rimane sul fondo per molto tempo.


Tuttavia, poiché tale crisi ha colto tutti di sorpresa, ed è stato un vero cigno nero, un evento non facilmente prevedibile, il cui comportamento e i cui effetti non sono stimabili ex ante, ma osservabili solo ex post, anziché interrogarci su come sarà la ripresa, proviamo a leggere alcuni trend già in atto e come essi potranno (o dovranno) essere rafforzati dopo.

In primis il regionalismo sarà il nuovo globalismo. Il ritardo nell’arrivo delle mascherine e la consapevolezza che pochissime imprese producessero dispositivi di protezione individuale nel nostro paese ha riacceso i riflettori sugli effetti della globalizzazione. Ritorna così nell’agenda politica il tema del back-reshoring, ovvero della rilocalizzazione delle imprese all’interno dei confini nazionali. Secondo un rapporto di Bank of America di Febbraio, l’80% delle multinazionali ha studiato un piano di rimpatrio di parte della produzione, mentre più di un governo valuta favorevolmente sconti, fiscali e contributivi, per le imprese che effettuino back-reshoring.  Secondo l’Eurofound “Reshoring in Europe 2015-2018”, l'Italia, con 39 casi segue la Gran Bretagna (44 casi) in testa alla classifica del contro-esodo. Se prima del Covid-19, tale fenomeno poteva essere considerato di nicchia, oggi la crisi accelera tale processo.

 

Il secondo è cambiare il proprio business model. La disruption imposta dalla pandemia di Covid-19 ha evidenziato la necessità di una trasformazione del proprio business, che deve avvenire oggi abbracciando l’innovazione. Ci stiamo abituando al virtuale e questo potrebbe aprire opportunità di mercato illimitate per quelle imprese in grado di coglierle, senza dimenticare che non tutti i consumatori sono stati toccati dalla crisi e che molti avranno una disponibilità maggiore di spesa (ed è lì che tocca puntare!).

Non solo i ristoranti con il servizio di food delivery; tra l’altro, secondo il Centro Studi Fipe solo il 14,5% dei ristoranti si è attrezzato con servizi di delivery durante il periodo di crisi (la percentuale mi auguro possa salire nel post lock down), ma anche le palestre si sono riscoperte nei servizi di training on line, mentre le più tradizionali imprese hanno scoperto i servizi di e-commerce e market-place, addirittura con degustazioni di vino virtuali (si veda la Digital Wine Tasting della cantina Ciacci Piccolomini D’Aragona). Fondamentale nel futuro sarà dunque presidiare il proprio modello di business storico cercando di innovarlo e di riposizionarsi. Ecco perché appare allarmante il dato derivante dalla ricerca MET-COVID 19  sulle imprese industriali e dei servizi alla produzione secondo il quale il 44,2% (su 7.800 interviste) di imprese che avevano programmi di R&D prevede di cancellarli.

 

Il terzo è fare sempre un checkup di chi siamo e dove possiamo andare. La crisi ha colto di sorpresa e ha evidenziato l’immobilismo strategico e culturale di molte realtà aziendali costrette anche a sperimentare per la prima volta il tele-lavoro. Nel post lock down si dovrebbe sostituire l’immobilismo con la velocità e la capacità di sviluppare scenari futuri. Nell’impresa del post-lockdown l’agilità diventerà una capability critica per affrontare le dinamiche di mercati sempre più volatili. Fondamentale sarà la formazione e lo sviluppo di competenze in grado di identificare le azioni necessarie per agire in modo rapido e strategico. Per farlo potrebbe essere necessario costituire un team dedicato.

 

Se per le grandi imprese McKinsey suggerisce di dotarsi di un plan-ahead team, incaricato di forward-looking intelligence, scenarizzazione e capacità propositiva; per le tante piccole e medie imprese la soluzione potrebbe essere ipotizzare un progetto di temporary (o fractional) management. Un numero sempre crescente di piccole e piccolissime imprese ha iniziato a guardare allo strumento del temporary management con forte interesse, in una modalità però per loro più sostenibile organizzativamente ed economicamente ovvero quella del part time management o Fractional Management. Il fractional è una particolare declinazione del temporary management e può essere considerato una quarta via, accanto alla dirigenza tradizionale, al temporary management “classico” e alla consulenza, attraverso la quale un’azienda può accedere a risorse di qualità per migliorare i propri processi gestionali, grazie all’approccio orientato al fare, quindi manageriale più che consulenziale.

Prima che le nostre attenzioni fossero solo per il coronavirus, in effetti, si stava già dibattendo su questo tema, si veda, ad esempio il convegno svoltosi a Milano il 16 Gennaio dal titolo “Temporary e Fractional Management per PMI e start up” organizzato da Aidp (Associazione per la direzione del personale) e Andaf (Associazione direttori amministrativi e finanziari). Questa infine potrebbe essere una buona opportunità per utilizzare i prestiti (e le garanzie) messe a disposizione dal Governo. Del resto, l’aiuto è dato per superare la crisi puntando ad un rilancio che generi ricavi futuri. È infatti utile osservare che i prestiti garantiti sono affidamenti come gli altri e come tali devono essere onorati.

Attenzione dunque: usiamoli consapevolmente!


[Nicola Cucari – Ricercatore – Sapienza Università di Roma]





Notiziario

 

Iscriviti per ricevere la nostra newsletter.

Il campo è obbligatorio. Indirizzo Email non corretto
Grazie per esserti iscritto al nostro notiziario.
Si prega di riprovare.
Sei già iscritto al nostro notiziario.