Un virus come insegnamento


Avevamo vite frenetiche, piene di interessi, di hobby e di passioni.

Eravamo schegge impazzite sopra motorini, mezzi pubblici, automobili e biciclette, rimbalzati da un punto all’altro della città dai nostri “improrogabili” impegni.

Andavamo in palestra 3 volte a settimana, qualcuno 4.

Una volta a settimana veniva la signora delle pulizie, che metteva in ordine casa al posto nostro e che ci lasciava lo scontrino dei detersivi sul tavolo.

Avevamo un weekend fuori porta, pianificato da mesi, e già una mezza idea per le vacanze estive.

Andavamo ai concerti e ne avevamo già un paio in programma, coi biglietti già presi su Ticketone.

Vedevamo i film al cinema, e fra di noi ci si chiedeva quale ci fosse piaciuto più tra Parasite e Joker, certi che chiunque avesse visto entrambi.

Andavamo alle mostre e prendevamo le audio-guide, per capirci qualcosa di tutti quei quadri messi alla rinfusa.

Le sere che cenavamo a casa erano spesso meno di quelle in cui ci fermavamo a bere e a mangiare qualcosa in giro, con gli amici o coi colleghi.

Alle feste bevevamo tutti dai bicchieri di tutti. Ci abbracciavamo se non ci vedevamo da un po’, o se ci veniva da piangere.

Baciavamo perfetti sconosciuti, e a volte ci svegliavamo di fianco a loro.

Sembra una vita fa.

Vestivamo pesante e ridevamo degli asiatici in vacanza in Italia con la mascherina.

E poi c’era il lavoro…

Andavamo a lavoro assonnati, vestiti meglio del solito se c’era una riunione.

Avevamo imparato quale era la dose ottimale di palline di zucchero da mettere nel caffè del distributore.

Avevamo una postazione che ci identificava, con sopra le nostre scartoffie, una tazza che a casa non usavamo più ed un portapenne orribile che ci era stato regalato.

Poi tutto è cambiato.

L’ospedale Spallanzani e l’Ospedale di Codogno, il paziente 1 e il paziente 0, la terapia intensiva e l’immunità di gregge, i deceduti e gli ospedalizzati, i contagi e le guarigioni, la zona rossa e la quarantena, l’applauso per i medici alle 12 e l’inno di Mameli alle 18, le dirette a reti unificate e le dirette Facebook, il bollettino medico delle 18 e il TG delle 20, il tampone faringeo e il test sierologico, le rivolte nelle carceri e la semilibertà ai 41bis, i guanti e le mascherine, i droni e gli elicotteri, i Corona bond e il MES, lo smart-working e la cassa integrazione in deroga, la fase 1 e la fase 2, le fake news su Whatsapp e le challenge su Instagram, le bimbe di Conte e le bimbe di Mattarella, le autocertificazioni e i congiunti, il distanziamento sociale e gli assembramenti, la app Immuni, il sito INPS, l’hashtag #IoRestoACasa e l’hashtag #AndràTuttoBene…

Andrà tutto bene.

Ma andrà bene davvero?

Ed in che modo?

Sarebbe un peccato se ricominciassimo a lavorare tutti i giorni a quella scrivania, dall’altra parte della città, che crediamo nostra solo perché personalizzata dalla nostra tazza e dal nostro portapenne.

E sarebbe uno spreco se ricominciassimo a stampare tutte quelle scartoffie che, per mesi, abbiamo letto sullo schermo, senza sentire la necessità di stampare. Al tempo stesso, sarebbe da pazzi se non riconoscessimo il diritto alla disconnessione a chi, in smart-working, passa molte più ore davanti al PC di quante non ne passasse in ufficio. E sarebbe da stronzi, non garantire il dovere della reperibilità a chi ha approfittato della calamità per fare meno di quel poco che facesse in ufficio.

La pandemia sarebbe stata inutile se non avessimo imparato che siamo tutti interconnessi. E non solo su internet. Saremmo dei coglioni se non avessimo, finalmente, capito che quello che succede dall’altro lato del mondo (come mangiare o scopare un pipistrello) può innescare un effetto domino capace di annientare la nostra quotidianità. E che eravamo stupidi a ridere degli asiatici in vacanza con le mascherine. Ancor più stupidi poi a discriminare i cinesi, magari quelli di seconda generazione, che la Cina l’hanno vista solo con Google Earth.

Sarebbe un peccato se da questa pandemia non imparassimo nulla. Se sotterrassimo i morti e con loro ci dimenticassimo di tutti quei nodi che sono finalmente arrivati al pettine, spezzandolo. Sarebbe un peccato se ci scordassimo delle colpe di tutti quei governi che hanno per decenni tagliato su sanità e ricerca, delle condizioni di lavoro degli operatori sanitari, del menefreghismo dell’Europa, del sovraffollamento delle carceri (etc.), potrei continuare per ore…

Sarebbe un peccato se perdessimo questa occasione per imparare dai nostri errori. Ma è così che andrà.

Fra qualche tempo, ricominceremo a baciare perfetti sconosciuti e a bere dai bicchieri di tutti. Ad abbracciarci perché non ci vediamo da un sacco e, forse, ci verrà da piangere. Ricominceremo con gli aperitivi con gli amici ed i colleghi, con le mostre con le audio-guide, con i cinema,  con i concerti, con i viaggi e con le vacanze.

Smetteremo di mettere in ordine casa e ci sarà chi lo farà per noi senza preoccuparsi da dove viene, chi è, se ha o meno una famiglia da accudire.

Torneremo in palestra e ricominceremo a rimbalzare da un punto all’altro della città come schegge impazzite.

Avremo nuovamente le nostre vite frenetiche piene di tutti quegli interessi, quegli hobby e quelle passioni, che ci faranno dimenticare tutto troppo in fretta per aver imparato qualcosa dalla più brutale delle lezioni.


[Marco Terribili]



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